Ernesto Schiaparelli:
l’archeologo umanista

Nato a Occhieppo Inferiore nel 1856, Ernesto Schiaparelli non fu soltanto uno dei più grandi egittologi della storia; fu un pioniere, un innovatore e un uomo la cui profonda umanità bilanciava un rigore scientifico assoluto. La sua vita fu un’instancabile ricerca della verità, condotta con la tenacia e la riservatezza tipiche della sua terra d’origine.

Formatosi a Torino e perfezionatosi alla Sorbona di Parigi sotto l’ala del grande Gaston Maspero, Schiaparelli comprese che l’archeologia non poteva più essere un’avventura per cacciatori di tesori, ma doveva diventare una scienza esatta. Fu tra i primissimi a intuire il potere della fotografia come strumento di documentazione, creando un archivio di oltre 12.000 lastre fotografiche che ancora oggi sono una fonte inestimabile. Nel 1903 fondò la Missione Archeologica Italiana (M.A.I.), dando struttura e prestigio internazionale alla ricerca italiana in Egitto.

La sua fama è legata a scoperte che hanno cambiato la nostra comprensione dell’antico Egitto. A Deir el-Medina, nel 1906, riportò alla luce la tomba inviolata dell’architetto Kha e di sua moglie Merit. Un miracolo archeologico: una scena congelata nel tempo da 3300 anni, con oltre 500 reperti che offrivano uno spaccato unico della vita quotidiana di una famiglia agiata. Con un capolavoro di diplomazia, riuscì a portare l’intero corredo a Torino, donando al Museo Egizio una delle sue collezioni più celebri.

L’apice della fama di Ernesto Schiaparelli e il suo contributo più sfolgorante alla comprensione dell’arte del Nuovo Regno sono indissolubilmente legati alla sua campagna di scavi nella Valle delle Regine, avviata nel 1903. Fu qui che la sua Missione Archeologica Italiana, dopo aver riportato alla luce numerose sepolture di principi e regine, si imbatté nella tomba a Nefertari Merytmut, “la più bella tra tutte, amata da Mut”, la Grande Sposa Reale del faraone Ramesse II il Grande.

L’apice della fama di Ernesto Schiaparelli e il suo contributo più sfolgorante alla comprensione dell’arte del Nuovo Regno sono indissolubilmente legati alla sua campagna di scavi nella Valle delle Regine, avviata nel 1903. Fu qui che la sua Missione Archeologica Italiana, dopo aver riportato alla luce numerose sepolture di principi e regine, si imbatté nella tomba a Nefertari Merytmut, “la più bella tra tutte, amata da Mut”, la Grande Sposa Reale del faraone Ramesse II il Grande.

Direttore del Museo Egizio dal 1894, lo trasformò in un’istituzione di livello mondiale. Ma il suo impegno non conobbe confini: fu un rispettato Senatore del Regno d’Italia e un instancabile filantropo, fondatore di un’associazione per il sostegno ai missionari italiani. Non dimenticò mai le sue radici occhieppesi e piemontesi, promuovendo la nascita della sezione egizia del Museo del Territorio Biellese, un ponte culturale permanente tra il Nilo e le sue Montagne.